Epos-Eros

Epos-Eros

“Epos-Eros” Edizioni Ghelfi, Verona, 1989

In copertina: disegno di Joan Mirò dedicato all’autore

Indice:

Prologo

Canto I
Stanza I Conversazione sul Leviatano / Berlino
II Polemos / Buggiano
III Thanatos / Dachau
IV La caduta / Milano

Canto II
Stanza V Genesi / Pescia
VI Skepis / Urbino
VII Perdita d’innocenza / Lucca
VIII Idillio / Linz
IX Argot / Firenze

Canto III
Stanza X Usura / Sanremo
XI Rivolta / Roma
XII Liberazione / Normandia
XIII Mattatoio / Africa

Canto IV
Stanza XV Idola / Babilonia
XVI Cantico / Sahara
XVI Ferita / Bassora
XVII Sfinge / Alessandria
Gotzen / Beirut
Picana / Buenos Aires

Canto V
Stanza XVIII Eros e morte / Bucarest
XIX Droga / Copenaghen
XX Divorzio / Londra
XXI Naufragio / Venezia

Canto VI
Stanza XXII Rovine d’Europa / Dublino
XXIII Cavaliere di Dio / San Galgano
XXIV Demon-Es / Fuente Vaqueros
XXV Fuoco atomico / Hiroshima
XXVI Day after / Chernobyl

Canto VII
Stanza XXVIII Supernova / Arcetri
XXIX Santo Graal / Rennes-les-Chateau
XXX Ascesi / Siena
XXXI Horae canonicae / Pisa
XXXII Principe / Firenze
XXXIII Rinascimento futuro / Pienza

Presentazione di Roberto Carifi

Già il prologo dichiara il tono prevalente del poemetto, la volontà di canto che lo sostiene e lo esalta. Questo, direi, è un primo dato fondamentale. Ferretti mette in gioco una materia magmatica, un vissuto ibrido e vischioso che insabbierebbe se non vi fosse lo spasimo, mai ignorato, verso il sublime e uno strappo costante che realizza la “misura” di cui il poema ha sempre bisogno per non cedere a tentazioni troppo narrative, oppure, da un altro lato, alla felice emissione vulcanica di “écriture” e di segni.
Ferretti riesce a illuminare la sua materia di squarci lirici, creando una singolare osmosi tra la rappresentazione impietosa dell’orrore e la calma distesa del mito. L’equilibrato dosaggio di basso e sublime, dove “il massacro d’agosto” può diventare “il fiato mattutino delle mucche” e “il vortice incessante del vissuto” costituisce il primo, importante risultato che vorrei registrare.
Un altro è il plurilinguismo. Da intendersi positivamente, lontano da neoavanguardismi o da istanze tardo-sperimentali. Parlerei, in primo luogo, di una “allure”arcaica, di un uso peregrino (in senso leopardiano) e straniante dell’antico. C’è un andamento eroico, tragico-sacrificale che mi fa pensare a Laconte de Lisle, ma giustamente compromesso con un tessuto moderno, conflittuale, certamente più vicino a Ezra Pound o a Dylan Thomas.
L’effetto straniante è determinato, dunque, da un corto-circuito stilistico, dallo stridore binario tra forma arcaica e contenuto moderno-metropolitano.
All’interno di questa struttura binaria agisce un linguaggio multidimensionale, un trasversalismo linguistico in cui è possibile incontrare echi del sonetto foscolinao accanto all’irruzione improvvisa e deflagrante delle forme gergali e vernacolari.
Perfino la laude di Jacopone da Todi, nella stanza XI del III canto, viene recuperata e naturalmente falsificata quanto basta a farne uno dei tanti grumi implosivi ed eterogenei del testo.
Ferretti, infine, non trascura nemmeno l’elemento iconico ed in certi casi pratica il fonolinguismo quasi in funzione di rottura “ironica” di una certa gravità solenne della parola.

Viaggio alla fine della storia del XX secolo

Introduzione di Pietro Pancioli
Il motivo del viaggio, antico e intrigante, con tutte le sue metafore, allusioni, rinvii e analogie, ricompare qui, accanto alla immediata referenza geografica, nella dimensione più elusiva di tragitto antropologico – nascita, iniziazione sessuale, maturazione – e di itinerario mentale dagli impulsi primigeni e disgreganti alle rive riparatrici della riflessione e della consapevolezza.
Ma al di là di questi temi esterni, individuabili a posteriori, la poesia di Vasco Ferretti sembra un percorso rituale, una “queste” dove l’inevitabile discesa alle madri, l’emersione tumultuosa, la ricerca del padre-guida (l’episcopos) è ancorata alla presenza solidamente rassicurante degli “auctores”, come se tutti gli incontri vitali fossero prefigurati e certificati dalla “correlazione oggettiva” della citazione letteraria, esibita e riciclata in una consonanza suggestiva di parole, miti, stile.
Dunque una peregrinazione liturgica le cui stazioni sono agnizioni di lettura, un viaggio sacrale nella terra della Colchide alla ricerca delle mitiche chiarificazioni, la pulsione viscerale di certi archetipi biologici sono le componenti principali di questa poesia in cui la metafora visionaria si coniuga con la meditazione colta, rivitalizzata dalla voce familiare dell’eco letteraria dove anche la memoria privata si fa premonizione corale.
Lo strazio dell’ingiustizia, il ricordo crudele della guerra, le mistificazioni di una pace presunta, gli atroci risvolti di una società distratta e indifferente, il disagio esistenziale sono i momenti “prosastici”, contrappunto cronachisti di una vicenda poetica tutta interiore che si riversa in una versificazione sontuosa e sonora in cui l’endecasillabo si dilata nell’alessandrino oppure si scioglie nei ritmi anapestici della scansione più colloquiale, di Pavese (“dove un tempo il verso del gufo svegliava i cortili”); e la strofa – più spesso lassa, aperta – ora si disegna nella misura geometrica di carmina figurata (Apollinaire, Dylan Thomas, ma ancor prima la poesia tardo-latina), ora ondeggia nel formulario a due voci della laude-ballata, ora si chiude nella gabbia della terzina, ora si affida alle cadenze ritmate del poemetto in prosa, alla affabulazione della ninna-nanna rustica, alla classica cornice del sonetto o alla nitidezza della canzone a ballo.
E verso e strofa sembrano assecondare i movimenti interni, modellandosi sul respiro dei sentimenti (vagito, grido inespresso di protesta, cantilena, indignazione, rovello, riflessione morale, effusione lirica, esclamazione). Anche il linguaggio, turgido e solenne, ma talvolta quotidiano fino alla colloquialità, si raccoglie nei momenti di accensione in metafore brusche e condensate (“la luce volpina del mondo”, “le gole del vento”, “le vitree campane dell’acqua”, “la trottola d’uomo”) si concentra in parole-chiave dai grandi echi letterari (tra le tante, “aprile fra tutti è il mese più crudele”), oppure si sfuma nell’amarezza pacata del gergo della malavita che, nell’apparente provocazione di una terminologia duramente allusiva, è in realtà cifra struggente di una vicenda di traviamento e di morte narrata con pudore turbato:
Per questo la connotazione forse più importante dell’opera di poesia di Vasco Ferretti ci sembra consistere in un vigorosa tensione di lingua e di stile, con le inevitabili oltranze che la scelta del tema propone e impone, ma sedata nell’insieme dal timbro “forte”, da certo turgore livellante, dagli istituti retorici manovrati con sicura perizia, dove l’insinuazione coinvolgente delle voci “esterne” sembra postulare nel lettore, oltre a solidarietà del sentire, una sorta di complicità intellettuale: che è insieme gusto del ritrovamento della fonte e scoperta della sua nuova, sorprendente vitalità:
Come dice Balnchot, “Ce qu’il importe, ce n’est pas de dire, c’est de redire et, dans cette redire, de dire chaque fois encore una premiére fois”.

 

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